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lunedì, 09 luglio 2007
Andata e ritorno
Si chiude BIS
 
Eh si, si è chiuso il BIS Teatro Festival, rassegna dal sapore di laboratorio aperto piuttosto che semplice vetrina dell’esistente, costruito sul confronto densissimo fra la direzione, lo staff, gli artisti, poi questo blog, e il pubblico. La sorpresa di quest’anno è stata proprio nella discussione serrata, che dai momenti di dibattito a quelli un po’ più distesi di chiacchiera, ha visto l’incontro effettivo – sul campo e a parole – fra tante idee di teatro.
E poi quest’anno c’è stata da subito una grande forza nel rapporto con la città , che ha accolto, prima con un po’ di diffidenza, poi con grande curiosità le “invasioni” promosse dal festival: dalla prima performance che ha visto una squadra di strane Biancaneve attraversare il mercato di Bassano, alle rigorosa romanticheria di una performer tedesca che ha organizzato addirittura un party per Julio Iglesias, dalle tante belle storie dentro e fuori la scena ai numerosissimi giovani, con progetti forti e al tempo stesso delicatissimi. Senza dimenticare, naturalmente, le divertenti scorrerie di coloratissimi super-eroi creati dagli spagnoli di Sienta La Cabeza.
Ovunque una bella atmosfera di laboratorio del teatro, appunto, per cui lo spettacolo non è mai finito e un lavoro non è mai chiuso, ma resta disponibile a crescere nel sorprendente intreccio di voci – e di lingue – che ha animato il festival.
La settimana di BIS si è rivelata un esempio ben riuscito di inserimento nella quotidianità e nel tessuto urbano, in una piccolo centro che comincia a vivere e crescere col festival che ospita, una rassegna che evidentemente incide sull’anima e sulle forme della città.
Incontro di lingue e incontro di voci, allora, e intreccio di idee vive, appunto, di teatro. Che non possono creare un catalogo unitario ben ordinato, certo, ma si muovono invece continuamente nel riorganizzare una sorta di liberissimo caleidoscopio, che a volte indica un’implosione, altre un dettaglio, altre ancora si nega e, infine, mostra tutto, un po’ per volta, secondo quello che c’ha regalato il caso dell’incontro che abbiamo vissuto.
Un laboratorio di critica militante in senso stretto è sicuramente una bella scommessa per un progetto artistico così intenso, quest’anno ancora più denso ed esteso delle edizioni precedenti. E allora, innanzitutto e infine, occorre ringraziare la fiducia e la disponibilità – intellettuale e materiale – di uno staff aperto e coraggioso che ci ha donato l’occasione di conoscere così tante vite, progetti e percorsi e di poter incidere, in qualche modo, effettivamente sulla realtà del teatro. In modo che essa, soprattutto, potesse colpire così liberamente le nostre idee, il nostro percorso e
le nostre esperienze, di certo sostanzialmente trasformate in seguito a “un’avventura” del genere.
 
Roberta F.
 
Un grazie speciale a tutti coloro che hanno permesso l'esistenza di questo blog, a tutto lo staff del Comune di Bassano che ha "sopportato" la nostra invasione negli uffici e in particolar modo a:
 
Carlo Mangolini, direttore del BIS
 
  
 
la pazienza e la comprensione di tutto lo staff della "Bella Capri" che ci ha sfamati negli orari più assurdi
 
 
Andrea Porcheddu, nostro mecenate nonchè padre spirituale, in tutte le sue reincarnazioni..
 
 
Bassano del Grappa e tutti i suoi abitanti..
 
 
la Julio Iglesias All Night Long
 
Julio Iglesias
 
 
Daniele Timpano e i suoi: "Io cambio posto..niente di personale ma d'altra parte sei soltanto un uomo"
 
 
Alle lampade travestite da sedie o viceversa insomma nessuno ha capito se ci si poteva davvero sedere..
 
 
Alle forti sinergie createsi tra gli artisti stessi..
 
 
ai momenti conviviali trascorsi con i Popeye della serie "uno per tutti, tutti per cercare di aprire una bottiglia"
 
 
Indovinate che fine ha fatto la bottiglia?
 
 
A "questa non è una pizza"
 
 
Alla canna autonoma volante e il suo inseparabile uomo-esca
 
 
 
 
 
Alle invasioni aliene (sono in mezzo a noi..)
 
GRAZIE DI CUORE DA TUTTE NOI!
 
 
 
 
postato da: iBISbetici alle ore 21:20 | Link | commenti
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lunedì, 09 luglio 2007
SULL’ORESTEA: INTERVISTA AD ANAGOOR
Incontro con Simone Derai e Marco Menegoni
 
Com’è nata per voi la passione per il teatro, come vi siete formati?
Simone: Le nostre provenienze sono differenziate. Alcuni di noi si sono conosciuti qui a Bassano durante i laboratori del festival. Io ho cominciato al liceo di Castelfranco, che era particolarmente rivoluzionario, perché invitava professionisti del teatro molto diversi fra loro a fare dei laboratori, così abbiamo anche avuto a possibilità di formare un nostro gusto personale.
 
Come è nata l’idea di questo progetto e come l’avete sviluppata…
Simone: Il primo lavoro che abbiamo realizzato è stato “Baccanti” di Euripide. Passare ad Eschilo è stata una scelta naturale, per andare ancora più indietro, ad affondare i denti nelle radici teatrali.
Ci piaceva l’idea di lavorare su quelle che si possono considerare due tragedie agli antipodi, almeno dal punto di vista storiografico. Ma che al hanno in comune il tema della naturalità che sottostà alla società civile, che la fa tremare da sotto, dalle fondamenta. Questo era il fascino iniziale.
Ci piaceva anche l’idea confrontarci per un periodo lungo su un tema continuo, su un’opera mastodontica, nonostante la nostra tendenza di lavorare sul figurativo.
 
Per quanto riguarda i costumi e le scenografie, su cosa si è basata la vostra scelta, anche in merito all’utilizzo di contrasti come vecchio-nuovo, fibre naturali-nylon…
Simone: Siamo in pieno romanticismo europeo. L’idea iniziale era di lavorare sulla gonna ampia, a cupola, con la gabbia sotto – il modello del 1860 – in modo che rappresentasse una struttura che circondi il corpo femminile. L’associazione è di fascinazione architettonica rispetto alle tolos arcaiche micenee.
C’è una suddivisione speculare tra i primi due capitoli, “Agamennone” e “Coefore”: se nel primo c’è un eroe che arriva ed è accolto in casa da una donna che lo ucciderà, nel secondo invece l’eroe che arriva è accolto da una donna che sarà uccisa. Su questi due arrivi a palazzo abbiamo giocato la costruzione del disegno della scena. Mentre in “Agamennone” la scena è pressoché nera e i costumi bianchi, nelle “Coefore” la scena è più bianca, i costumi però si tingono di nero per il lutto che Elettra porta, contaminando tutti quanti, Clitemnestra compresa.
Ci piaceva l’idea di lavorare sulla sottrazione, nonostante l’utilizzo del costume sia preponderante. La scena è sostanzialmente spoglia ed è completamente rivestita di plastica: c’è un fondale di pvc bianco, come anche il tappeto, e poi ci sono delle tende di nylon trasparenti che creano delle visioni più o meno fantasmatiche, rendendo verso il fondo la vista sempre meno nitida. La plastica è un modo di veicolare la sensazione di obitorio che circonda soprattutto “Agamennone” e “Coefore”: questo continuo parlare di cadaveri è molto, molto crudo. Alla fine le Eumenidi, di fatto, vengono inumate in sacchi da coroner.
Si tratta di una metafora per ingabbiare l’irrazionale, ossia il femminile in una società patriarcale che Eschilo descrive e si afferma. 
 
E fino ad ora, quando lo avete messo in scena, qual è stata la reazione del pubblico, come lo avete sentito e come vi siete sentiti voi…
Simone: Abbiamo sempre presentato i capitoli separatamente e poi soltanto questa primavera al Teatro del Parco abbiamo provato ad unire “Agamennone” e “Coefore” in un’unica soluzione. Abbiamo tagliato più gli episodi che i cori: essendo il testo legato ad una religiosità profonda, non ce la siamo sentita di mozzarla, di “renderci la vita più semplice” scegliendo la trama al posto delle riflessioni filosofiche.
Da spettatori, perché ci piace molto andare a teatro, abbiamo voluto fare qualcosa che avesse un forte impatto emotivo.
 
Notavamo che, nel testo che avete scelto di portare in scena, ci sono temi piuttosto moderni, come l’omicidio all’interno delle famiglie, accompagnato da un concetto di donna-contenitore purtroppo non molto in là con gli anni.
Simone: Cominciavamo a rileggere “Eumenidi” proprio in periodo di referendum, era così chiaro che tante cose erano cominciate lì, dentro a questo nodo: l’Orestea sembra infatti essere un catalogo di quello che è l’Occidente oggi. È chiaro che quando Eschilo parla di quella che Pasolini traduce come Ragione, e che altri traducono proprio come Salute, sobrietà della mente, si tira fuori dai vortici che investono l’uomo e le persone. In seconda battuta ci sono questi fatti di sangue che continuamente ci martellano via media e che ci contagiano molto. Quando abbiamo deciso che gli omicidi, almeno per quello di Agamennone, sarebbero stati visibili, il pensiero è andato alle stanze di certe case ormai a noi stra-note: un pensiero che tornava, tornava di continuo. Da ciò è nata la scelta di far compiere l’omicidio dietro ad una nebbia che viene creata dalle tende e contemporaneamente renderlo visibile in tutta la sua crudezza, anzi, direi che in qualche modo viene esaltato all’estremo. Questo stare addosso agli eventi e non nascondere il momento cruciale è legato sicuramente a quello che ci circonda.
 
  
 
postato da: iBISbetici alle ore 13:13 | Link | commenti
categoria:-interviste-, anagoor
domenica, 08 luglio 2007
Orestea: istruzioni per l’uso
 
Non sai cosa fare quando un festival ti propone un classico alle undici di sera?
Hai visto che dura due ore e mezza e hai paura di addormentarti?
Non conosci l’opera ed hai paura di annoiarti?
Non preoccuparti, con l’Orestea degli Anagoor non ci sono di questi problemi. Se ti capitasse l’occasione di andarla a vedere preparati alla rivisitazione dell’opera classicamente intesa.
Lo spettacolo è giocato su fondali bianchi nascosti a volte da tende ti stoffa a volte di plastica semi trasparenti, che creano un gioco di vedo non vedo, suggestioni fantasmatiche.
Se il tuo udito è buono potrai cogliere tutte le sfumature di suoni particolari e voci a volte fortemente rielaborate.
Potrai anche apprezzare abiti stile ‘800 scoprendo che calzano con l’opera molto di più di quanto si potrebbe immaginare dando, per quel che riguarda le Eumenidi, un’aria veramente tetra al tutto. Interessanti anche i giochi di luci, anche se onestamente, visto il vasto uso delle stroboscopiche, sarebbe meglio sconsigliarlo a persone a rischio crisi epilettiche.
Se si tiene conto di tutte queste componenti, aggiungendoci anche i video, il risultato che ci si aspetterebbe non sarebbe affatto male, infatti non lo è.
Nel complesso lo spettacolo ha un buon esito, è sicuramente d’impatto molto forte e le due ore e mezza scorrono piuttosto tranquillamente.
Ora, per quanto l’allestimento possa essere riuscito, le idee siano buone e per quanto possa piacere o meno, bisogna riconoscere una chiara matrice, la Socìetas Raffaello Sanzio. Buono lo spunto ma ora è tempo, credo, di rielaborare i loro insegnamenti.
 
Marta P.
 
  
 
  
  
 
 
   
postato da: iBISbetici alle ore 13:51 | Link | commenti
categoria:-articoli-, anagoor
sabato, 07 luglio 2007
Un gomitolo di percezioni immaginarie
 
Mercoledì 4 luglio, al Teatro Astra di Bassano, è andato in scena “Luce nera”, spettacolo tratto dal racconto di Edgar Allan Poe “Il cuore rivelatore”.
Il pubblico, sin da subito, viene proiettato in una realtà irreale, immateriale, fatta di sogno ma allo stesso tempo di incubi..
Luci e ombre vengono scagliate come un intreccio di ragnatele all’interno della scena avvolgendo l’attrice (Patricia Zanco) nel suo difficile, ma rigoroso, ruolo di uomo dalla mente aggrovigliata e malata, capace di uccidere ascoltando una voce nascosta nel suo intimo animo.
Musica che aiuta ad aprire la porta verso un viaggio nascosto, profondo, fatto di segreti e memorie, che inzuppa lo spettatore in un mondo di paure e verità, collocata in una scenografia fantastica, apparente che rievoca fantasmi racchiusi  nella psiche dell’uomo.
 
Barbara
 
 
 
 
 
postato da: iBISbetici alle ore 01:12 | Link | commenti
categoria:-articoli-, patricia zanco
sabato, 07 luglio 2007
La scomparsa del corpo
Incontro con Daniel Blanga Gubbay
 
Come si è formato il vostro gruppo?
Ci siamo conosciuti tre, quattro anni fa a Venezia, mentre studiavamo allo IUAV. Venivamo tutti da competenze differenti: c’era chi aveva una preparazione più teorica sul teatro, chi sulla scenografia, chi veniva da architettura…Ci siamo ritrovati a lavorare assieme quasi per caso dal primo anno, scoprendo però che avevamo una forte affinità di intenti proprio sui prodotti che ci sarebbero piaciuti creare. Abbiamo cercato di contaminare le nostre specificità iniziali, cercando di lavorare più come un gruppo, prendendo quindi collettivamente le decisioni, cercando di lavorare agli aspetti tecnici in maniera collettiva.
 
Com’è nata l’idea di questo progetto?
L’anno scorso abbiamo iniziato a ragionare sul concetto di visibilità del corpo in scena e sulla non-scontatezza della presenza dello stesso. Quindi volevamo indagare l’aspetto che sta a monte della pratica teatrale: non tanto cosa faccia un corpo che è in scena, ma la particolarità stessa del fatto che un corpo si renda visibile in scena, quello che noi consideriamo una specie di dono che viene fatto allo spettatore e che solitamente viene dato per scontato. La riflessione su questo aspetto ha dato vita a due differenti lavori. Il primo è quello con il quale siamo in finale al Premio Scenario, in cui i corpi si mostrano soltanto premendo contro un telo, come se lottassero per poter apparire agli occhi dello spettatore. Nel secondo lavoro - che si chiama Volta - abbiamo invece analizzato l’aspetto contrario: una sorta di progressiva sparizione del corpo, come se questo lottasse per non scomparire. L’ambiente è completamente nero e anche i corpi sono completamente coperti di nero, quindi sarebbero assolutamente invisibili se non fosse per il fatto che sono ricoperti da un sottile strato di cera. Si tratta di un composto di cera che, miscelata con dei pigmenti particolari, prende una luce particolare; mano a mano sparisce, si sgretola o si scioglie. In questo modo la percentuale di corpo visibile diminuisce progressivamente… è come se il corpo lentamente sparisse, come se fosse “mangiato” dagli occhi dello spettatore.
 
Hai parlato della cera, una sostanza particolare: non è un materiale liquido che si asciuga ma tende a solidificarsi e per fare questo necessita di un certo tempo…C’è una relazione tra il movimento e la scelta della cera?
Lo studio del movimento è quello al quale abbiamo dedicato più tempo. Sicuramente risente molto di questa scelta di voler utilizzare la cera, scelta che rientra nel progetto di approfondire l’idea di fragilità della visione. Si tratta di un corpo estremamente precario che sembra potersi frantumare da un momento all’altro. La cera è un materiale organico che ha moltissima somiglianza con la pelle: risente della temperatura, è lucida, è molto malleabile e al tempo stesso ha la possibilità di irrigidirsi.
I movimenti lavorano non tanto sui tempi che la cera impiega per solidificarsi – peraltro piuttosto rapidi – quanto più sull’effettiva frantumazione della materia-cera. È come se questi corpi si muovessero tentando di preservare la loro natura di corpo visibile, quindi cercando di evitare la distruzione di loro stessi. La percezione che si ha dall’esterno non è di un corpo ricoperto di cera, ma di un corpo fatto di cera, perché tutto quello che è sotto a questo strato è assolutamente invisibile. L’immagine che ne deriva non è pertanto di liberazione da questa corazza, ma di effettiva sparizione. Come se questo corpo ad un certo punto si tramutasse in scaglie che vengono disseminate sul palco.
 
Come avete lavorato in pratica? Sull’improvvisazione? A quel che ho capito è un lavoro molto gestuale…
C’è stata una fase iniziale in cui abbiamo cercato molti spunti iconografici o testi riguardo alla tradizione delle statue di cera. Abbiamo lavorato molto anche sui reperti archeologici, che hanno una natura di corpi incompleti un po’ come questi corpi di cera che si disfano mano a mano. Tuttavia lo statuto del reperto archeologico non è l’incompletezza, semplicemente esso manca di alcune parti, ma nella sua essenza di reperto è assolutamente. Quello che ci interessava era anche vedere come fosse possibile rendere espressiva una gestualità non appartenente a tutto il corpo. In teatro siamo infatti abituati a vedere i corpi interi, soprattutto a seguire la progressione di un lavoro che passa molto spesso attraverso la mimica facciale. In questo caso questo passaggio è una cosa del tutto esclusa per il fatto che il volto non è incerato e anche se lo fosse non riuscirebbe a restituire la mimica. Il lavoro iniziale è stato quindi quello di voler dare una possibilità espressiva ai singoli arti, cioè il nostro desiderio era che le singole parti del corpo potessero avere un proprio statuto di competenze. Per questo motivo si può dire che ci siamo appoggiati alla statuaria arcaica in cui è presente “l’idea di resto”. Successivamente il lavoro è stato condotto su due fronti. Il primo riguarda il movimento per il quale ci siamo dati alcuni limiti come l’idea di lavorare con singole parti del corpo. All’inizio lavoravamo su alcuni temi-guida – sui quali improvvisare - , quali per esempio l’idea di visibilità, l’equilibrio, la fragilità, il nascondersi, il riemergere…A partire da queste improvvisazioni mirate abbiamo incominciato a pulire, tagliare, cercando poi di montare assieme le varie parti. Il secondo ambito di ricerca riguarda il lavoro tecnico, ovvero la ricerca del materiale adatto per questo lavoro. Questo è appunto una miscela fatta di un tipo particolare di cera d’api, olio e pigmenti. L’aspetto tecnico - che abbiamo condotto parallelamente allo studio sul movimento - era quindi incentrato sulla preparazione della miscela, sulla temperatura adatta a cui va colata sul corpo perché si stacchi ma non subito…Tutto questo è stato frutto di prove empiriche per testare le varie temperature. Quasi da subito abbiamo cercato di mettere assieme le due parti del lavoro: lo studio sulla cera è fortemente soggetto a variazioni, quindi molte delle cose non rendevano , altre invece, inizialmente neanche ipotizzate - grazie al supporto materiale della cera - venivano fuori inaspettatamente. In ogni caso il lavoro risulta ogni volta differente. Sarebbe infatti utopico e neanche molto interessante, fare in modo che il corpo si sgretoli sempre allo stesso modo e tra l’altro questa è una delle componenti del gioco.
 
A proposito dello sgretolarsi: voi avete perlato della nascita di questo corpo, dal suo mostrarsi allo spettatore, alla totale sparizione. Questo processo può forse essere paragonato ad un percorso di vita dell’uomo: nasce, ha un suo percorso e poi sparisce perché è materia viva. Inoltre un altro aspetto interessante riguarda i movimenti: essendo essi ellittici possono essere paragonati ad una galassia. Com’è nata questa associazione? Cosa vi ha condotto ad unire questi due aspetti?
Sicuramente è presente questo aspetto di caducità dell’uomo che va però inteso in termini puramente matrici – non biografici o psicologici - nel senso che è proprio la materia che nasce e casualmente prende la forma di un corpo umano e poi si sgretola. Per quanto riguarda l’altro aspetto, un paio di mesi fa stavo leggendo le Metamorfosi di Ovidio nelle quali sono presenti tutti questi miti sulle costellazioni…E’nata così l’idea di pensare il corpo non semplicemente come una cosa che scompare ma come un’entità soggetta a mutazioni. Il fatto che una volta terminato il suo ciclo vitale – e lo spettacolo - il palco sia cosparso di queste scaglie di cera, scaglie di corpo, ci ha fatto pensare ai miti di Ovidio come quello di Arcade che si trasforma nell’orsa minore. C’è quindi stata questa suggestione, ma non è tanto quello su cui ci interessava lavorare. E’ stato piuttosto utile a livello drammaturgico, per la progressione dei movimenti, per come abbiamo costruito il lavoro successivamente senza la pretesa che fossero le Metamorfosi. Ci piacerebbe comunque che ognuno ritrovasse nel lavoro gli aspetti che sente più affini che possono essere un’idea di metamorfosi, quella di sgretolamento, di sparizione…
 
Come si sviluppa a livello sonoro lo spettacolo?
E’ molto silenzioso, non c’è parlato…Volevamo creare l’idea di uno spazio vuoto in cui si muovono questi corpi quindi ci sono piccoli rumori di spostamento. Suoni di materiali fragili come possono essere il vetro o la porcellana: un ambiente vuoto in cui avvengono piccoli spostamenti di materiale fragile.
 
 
 
postato da: iBISbetici alle ore 00:57 | Link | commenti
categoria:-interviste-, pathosformel
venerdì, 06 luglio 2007
Su “NOIA sui suoi lussi”
Incontro con Benedetta Altichieri e Giovanni Zelano di GrumoR
 
 
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postato da: iBISbetici alle ore 21:24 | Link | commenti
categoria:-interviste-, grumor
mercoledì, 04 luglio 2007

Condotti attraverso NOIA sui suoi lussi

Uno spettacolo vivo che necessita evidentemente, per gli autori in primis, di essere accompagnato nel suo percorso da un bel libretto esplicativo, certo interessante, ma forse invadente per la fruizione, sia letto prima o durante, o affrontato dopo “NOIA sui suoi lussi”, lavoro denso e, di contro al titolo, per niente noioso o alienante.
Più che di performance si tratta di una forma di esposizione in sequenza, un percorso per nulla accogliente, mai aperto se non per qualche momento. Certo ci sono belle immagini – non solo in senso estetico – anche se non tutte davvero incisive: forse pesci in crisi, fallimenti esposti, avvicinamenti in sogno, esposizioni senz’atto. C’è soprattutto l’ottima idea – realizzata spesso in modo efficace – di intrecciare il rifiuto della comunicazione verbale con una densità di vicinanza, di avvicinamento, di relazione. Quest’energia si raccoglie soprattutto quando la parola è cercata, negata, cercata, mentre si perde certe volte, per lasciare spazio a post-lirismi rafforzati e ripetizioni pressanti, tutti rapiti in una composizione integralmente senza variazioni.
Infine è indicata anche una sorta di timidissima “amorale”, che potrebbe scostarsi un po’, per lasciare, almeno in qualche affondo, lo spettatore libero di lasciarsi andare ad una qualche sfumatura che gli sta più a cuore.

Roberta F.

 

postato da: iBISbetici alle ore 07:57 | Link | commenti
categoria:-articoli-, grumor
mercoledì, 04 luglio 2007

Dentro e dietro e sopra e a fianco di uno spettacolo
senza andare a toccare sotto (la massa che si muove alla deriva)
Incontro con Gianfranco Berardi, Gaetano Colella, Luigi di Gangi

(La ri-scrittura in forma di intervista che segue è solo una piccolissima parte del lungo e bell’incontro che abbiamo avuto in questi giorni con gli autori e attori di “POPEYE s.r.l.” e non può purtroppo in nessun modo rendere conto della densità del percorso che, in qualche modo, in poche ore di discussione, abbiamo compiuto insieme.
La ri-scrittura non intende essere una sintesi, e tanto meno offrire spiegazioni, ma semplicemente riportare un intreccio di voci che è accaduto.)


Innanzitutto volevamo chiedervi chiarimenti a proposito del testo di presentazione dello spettacolo …

Gaetano Colella:
Il testo che presenta “POPEYE s.r.l.” qui a Bassano è stato scritto circa un anno fa, all’inizio di questo progetto. È molto utile per mostrare una sorta di rotta che avevamo tracciato per andare a cercare delle cose…
Uno spunto stava nel concetto di deriva, nell’avvicinare le condizioni di questi marinai abbandonati a loro stessi. Un altro livello riguarda cosa può trasportare la nave che li ospita.
Gianfranco Berardi: Da quella bozza, da quel primo insieme di idee siamo passati attraverso un’intensa scrittura scenica, sul palchetto da Commedia dell’Arte e con tutte le improvvisazioni, che poi sono diventate la nave che si vede in scena e tutte le azioni che l’attraversano. Nel percorso creativo sono accaduti due “incidenti”, o, per meglio dire, due “interferenze” fondamentali che hanno profondamente cambiato lo spettacolo. Il primo è stato un sogno che ho fatto, da cui viene il soggetto del clandestino. L’altro è un viaggio che ho fatto in Cambogia, in cui si andava su questa barca, e i bambini seguivano i turisti, per un soldo, per un giocattolo.
Lo spettacolo è diviso in tre blocchi, in tre mondi che si incastrano. C’è un livello filosofico, come, ad esempio, quello dell’interferenza che accompagna lo spettacolo. Poi ce n’è uno finto, mascherato, anche surreale, ed infine quello realistico, della verità.
Nello spettacolo questi mondi non sono immediatamente riconoscibili, si presentano come profondamente miscelati…
GB: C’è, innanzitutto, la volontà precisa di non definire né i passaggi né i salti, che rischierebbero di venire catalogati piuttosto che vissuti dallo spettatore. Noi viviamo in una realtà dove quello che vediamo è mascherato e nasconde una verità. C’è una condizione di uomo, di marinaio e di attore. Sono questi i tre mondi, che a me interessava confondere e miscelare perché sono sempre le stesse persone.
Lo spettacolo comincia con una storia che non si capisce, che invita a lasciarsi andare agli avvenimenti. Si tratta di un filo delicatissimo di una storia che scorre e che è necessario offrire al pubblico, ma poi ci sono, soprattutto, le cose che accadono concretamente.
Cosa accade fra di voi, materialmente, come attori e come personaggi, che cosa accade, ad esempio, con la proiezione? Cosa fa, su di voi, con voi?
GC:
Da quando ho cominciato a lavorare come attore a questo spettacolo ho sempre avuto l’idea che all’interno di questa nave ci possano essere una quantità di persone, di fantasmi, di presenze molteplici. Ciò nasce anche dal fatto che il mondo di una nave è come entrare in una chiesa, è come il mondo di una cattedrale, cioè ha una quantità di spazi impressionanti, è un mondo a sé. Per cui non puoi avere il controllo di tutto questo spazio nonostante magari ritieni di averlo. Su questa nave, ad esempio, il macchinista o il capitano pensano di avere tutto sotto controllo, e invece c’è un clandestino nascosto a bordo, e poi chissà quant’altra gente…
Il rapporto con le visioni, almeno per quanto riguarda Bruto, è sempre un rapporto di grande conflitto con se stesso. Cioè per me la visione e l’interferenza radio sono la stessa cosa, cioè qualcosa che arriva da un mondo extra-sensoriale… più ci si addentra nel mare aperto e più questa percezione aumenta e deflagra con la tempesta. Ed è come se da sotto la nave bussasse qualcosa di più forte, di più potente di queste persone. Non è un caso che le interferenze arrivino sempre quando i personaggi sono soli… È molto interessante lavorare dal punto di vista attoriale con queste presenze.
Quindi cercate da parte del pubblico…
GB: No, no, no… noi non cerchiamo niente… La volontà di esprimere una storia che parlasse di persone che non si pongono proprio il problema di perché fanno una cosa e di a che cosa serve quello che fanno, che non si fanno domande, che vanno dritti avanti a costo di andare contro un muro e che intervengono sulle proprie abitudini solo in caso di difficoltà era l’intenzione di esprimere i personaggi di un mondo da villaggio turistico, un mondo da fumetto, un mondo che apparentemente fa sognare.
L’altro modo di vedere le cose è quello che dice che ci sono degli elementi che non sempre sono quelli che si vedono… intorno a noi, in questo momento, c’è una realtà che non si vede ma c’è, cerca di mettersi in contatto, c’è qualcosa fuori di noi, qualcosa che non si sente e non si vede, ma che ha una sua consistenza e provoca sicuramente delle cose.
Ecco perché le proiezioni, una sostanza di materia diversa da quella che si tocca, che si riconosce, che si vede, che agisce, parla, vive… non che vive, ma compromette le situazioni, in qualsiasi modo, positivo o negativo che sia.
Lo spettatore quindi deve fare una domanda, si deve porre un problema…
GB: Nessuno si deve niente. Questo è uno spettacolo sulla libertà. Lo spettatore può seguire la strada di Bruto, quella del Capitano o quella di Chernobyl, veramente e concretamente, non a livello di racconto.
Dei tre mondi solo due se ne vedono. C’è la realtà e la surrealtà, la realtà onirica e la realtà vera. Questo è quello che questo spettacolo non è che vuole dire, ma subisce.
È evidente che non si tratta di una questione di comprensione: non credo che gli spettacoli vadano capiti, non credo che i critici debbano tradurre qualcosa presso il pubblico e il pubblico debba crescere con questo. Secondo me si tratta più della dimensione del vivere…
GB: C’è una cosa che ti prende e che tu non sai capire perché. È una cosa che ti prende anche nel momento in cui lo spettacolo non ti piace e ti annoi. E come si fa a spiegare? Le immagini a teatro parlano a vari livelli e tutti questi livelli ad ognuno danno un segno, come nel sogno.
Ma perché avete scelto proprio Braccio di ferro?
GB:
Ma secondo te uno del genere cos’altro poteva fare?!
No, scherzo. È che noi veniamo da Taranto, che è stata una delle repubbliche marinare mai proclamata repubblica e mai marinara. La metafora del viaggio della vita doveva essere un viaggio per mare, un confronto con l’immenso che ci avvolge e ci travolge. Il modo per avere il mondo che era possibile smascherare per far venire fuori gli uomini e quello che sentono – non quello che vedono o capiscono – era quello di usare delle maschere. Bisognava lavorare su una maschera che fosse un po’ un sogno, non a livello onirico, ma qualcosa di eroico…
Poi c’è da dire che esiste veramente una multinazionale italiana che smercia mine antiuomo e vende anche giocattoli veramente. Mettetevi nei panni degli uomini che devono fare queste cose, ma secondo voi che cosa pensano, quando sono da soli di fronte al mare? Per me è più interessante riflettere su che cosa pensa chi fa queste cose che non raccontarlo: cioè viverlo. È un rischio, è la volontà di non accettare compromessi. Non mi interessa fare uno spettacolo informando la gente di quello che accade nel mondo concreto con la speranza di migliorare la loro consapevolezza. Io mi preoccupo di capire quest’uomo, di capire chi sta vivendo quelle cose, le faccio anche io veramente… Che cosa pensa l’uomo? La verità dove sta? Il problema è che noi non dobbiamo fare informazione, dobbiamo dare alternative. E l’alternativa la puoi dare non se vuoi capire il mondo, ma se vuoi capire te stesso.
Perché dovrei consigliare qualcuno? È un atteggiamento presuntuoso. Invece lo devo vivere.
Essere in balia di qualcosa che ti muove senza che tu lo sappia, è quello che questo spettacolo vuole dire.


postato da: iBISbetici alle ore 05:32 | Link | commenti
categoria:-interviste-, colella-berardi
mercoledì, 04 luglio 2007

Alla deriva con POPEYE

La scena di “POPEYE s.r.l.” è un cosmo pieno di sorprese che si apre ed attraversa i corpi, che interviene. E a volte difende molto a volte espone troppo i personaggi presenti e non: sono agenti di spazi di spirito oscuri, rappresi negli incastri fra i mondi intuibili in scena.
C’è una dichiarata storia d’attori, dalle tracce d’improvvisazioni all’evidente lavoro sullo spazio della Commedia dell’Arte. E c’è un vissuto personale lasciato emergere, a tratti: c’è la grande capacità espressiva di Gaetano Colella, le trasformazioni sorprendenti di Luigi di Gangi, la spiazzante presenza Gianfranco Berardi – per metà caricatura rigorosissima e un po’ sciamano in esilio – che è anche il regista dello spettacolo. E poi la storia dei fumetti, anche solo evocata, e la storia dei marinai, il Capitano, Bru’ e Chernobyl, che sono stati costretti a travestirsi da Braccio di ferro, Bruto e Olivia.
In “POPEYE s.r.l.” ci sono mondi alla deriva, a fumetti e non, che non s’incontrano mai. In quanto manca il viaggio, nei movimenti e nello spazio, come soggetto attivo e oggetto subito: c’è un andare, certo, ma che torna di frequente soltanto a parole. E i toni che si accendono subito, per restare sulle stesse sonorità, fino a che non si sciolgono nelle gocce di pioggia: c’è un testo innanzitutto squarciato dalla parola detta, non ancora incarnato, anche se certo agito davvero profondamente. Molte azioni di rara densità, ma accostate secondo i modi di una striscia a fumetti, appunto, certo non piatti, ma innanzitutto sospesi. Resta da dire, però, che sono personaggi che ci vengono molto vicino, certe volte, sempre un po’ storditi e stonati, evidentemente alla ricerca ma altrettanto chiaramente attraversati e schiacciati dalla ricerca stessa, che procede, naturalmente, nella sua deriva speciale.

Roberta F.


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mercoledì, 04 luglio 2007

Evoluzione di luce nell’ombra

Buio. Un suono basso e grave che si perpetua per tutto lo spettacolo, interrotto ogni tanto dalla percezione di spostamento di oggetti all’interno di uno spazio inesistente. Dal nulla compaiono iridescenti figure che sinuose si muovono sulla scena, nera e impenetrabile. Sono come fasci luminescenti che non permettono di capire che cosa si stia esattamente muovendo sul palco, se forme antropomorfe o zoomorfe. I due corpi mi hanno richiamato alla mente eleganti bruchi, che si intrecciano tra loro, si estendono e si rannicchiano, scivolano nello spazio. Bruchi, animali che più di tutti hanno attaccamento alla terra. Da lei nascono e a lei ritornano comparendo e sparendo al suo interno. In alcuni momenti si percepisce che si tratta di due figure umane anche se le loro fisicità non sono perfettamente definite. La materia si sgretola nell’avvilupparsi dei corpi, il materiale candido che cosparge le figure pian piano si frantuma lasciando a terra tracce del loro passaggio, mentre nel frattempo scompaiono nel buio dal quale sono emerse. Come piece è una buona via di mezzo fra atto performativo artistico e teatrale tanto da non lasciar percepire il confine tra le due forme. Questo work in progress, così delicato nel suo svilupparsi agli occhi dello spettatore, ha una durata che giustifica tutto il suo silenzio, la sua pacatezza. Se dovessi considerarlo come uno spettacolo chiuso, non avrei problemi nel dichiararlo come un una esperienza riuscita. La mescolanza dei diversi linguaggi artistici permette di reggere tranquillamente i tempi. Non so come si svilupperà in seguito auspico solo di marcare un po’ di più i gesti, rendendoli sì sinuosi, ma anche più incisivi nello spazio. La medesima considerazione riguarda anche musica e luci.


Marta P.


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