




























































Condotti attraverso NOIA sui suoi lussi
Uno spettacolo vivo che necessita evidentemente, per gli autori in primis, di essere accompagnato nel suo percorso da un bel libretto esplicativo, certo interessante, ma forse invadente per la fruizione, sia letto prima o durante, o affrontato dopo “NOIA sui suoi lussi”, lavoro denso e, di contro al titolo, per niente noioso o alienante.
Più che di performance si tratta di una forma di esposizione in sequenza, un percorso per nulla accogliente, mai aperto se non per qualche momento. Certo ci sono belle immagini – non solo in senso estetico – anche se non tutte davvero incisive: forse pesci in crisi, fallimenti esposti, avvicinamenti in sogno, esposizioni senz’atto. C’è soprattutto l’ottima idea – realizzata spesso in modo efficace – di intrecciare il rifiuto della comunicazione verbale con una densità di vicinanza, di avvicinamento, di relazione. Quest’energia si raccoglie soprattutto quando la parola è cercata, negata, cercata, mentre si perde certe volte, per lasciare spazio a post-lirismi rafforzati e ripetizioni pressanti, tutti rapiti in una composizione integralmente senza variazioni.
Infine è indicata anche una sorta di timidissima “amorale”, che potrebbe scostarsi un po’, per lasciare, almeno in qualche affondo, lo spettatore libero di lasciarsi andare ad una qualche sfumatura che gli sta più a cuore.
Roberta F.








Dentro e dietro e sopra e a fianco di uno spettacolo
senza andare a toccare sotto (la massa che si muove alla deriva)
Incontro con Gianfranco Berardi, Gaetano Colella, Luigi di Gangi
(La ri-scrittura in forma di intervista che segue è solo una piccolissima parte del lungo e bell’incontro che abbiamo avuto in questi giorni con gli autori e attori di “POPEYE s.r.l.” e non può purtroppo in nessun modo rendere conto della densità del percorso che, in qualche modo, in poche ore di discussione, abbiamo compiuto insieme.
La ri-scrittura non intende essere una sintesi, e tanto meno offrire spiegazioni, ma semplicemente riportare un intreccio di voci che è accaduto.)
Innanzitutto volevamo chiedervi chiarimenti a proposito del testo di presentazione dello spettacolo …
Gaetano Colella: Il testo che presenta “POPEYE s.r.l.” qui a Bassano è stato scritto circa un anno fa, all’inizio di questo progetto. È molto utile per mostrare una sorta di rotta che avevamo tracciato per andare a cercare delle cose…
Uno spunto stava nel concetto di deriva, nell’avvicinare le condizioni di questi marinai abbandonati a loro stessi. Un altro livello riguarda cosa può trasportare la nave che li ospita.
Gianfranco Berardi: Da quella bozza, da quel primo insieme di idee siamo passati attraverso un’intensa scrittura scenica, sul palchetto da Commedia dell’Arte e con tutte le improvvisazioni, che poi sono diventate la nave che si vede in scena e tutte le azioni che l’attraversano. Nel percorso creativo sono accaduti due “incidenti”, o, per meglio dire, due “interferenze” fondamentali che hanno profondamente cambiato lo spettacolo. Il primo è stato un sogno che ho fatto, da cui viene il soggetto del clandestino. L’altro è un viaggio che ho fatto in Cambogia, in cui si andava su questa barca, e i bambini seguivano i turisti, per un soldo, per un giocattolo.
Lo spettacolo è diviso in tre blocchi, in tre mondi che si incastrano. C’è un livello filosofico, come, ad esempio, quello dell’interferenza che accompagna lo spettacolo. Poi ce n’è uno finto, mascherato, anche surreale, ed infine quello realistico, della verità.
Nello spettacolo questi mondi non sono immediatamente riconoscibili, si presentano come profondamente miscelati…
GB: C’è, innanzitutto, la volontà precisa di non definire né i passaggi né i salti, che rischierebbero di venire catalogati piuttosto che vissuti dallo spettatore. Noi viviamo in una realtà dove quello che vediamo è mascherato e nasconde una verità. C’è una condizione di uomo, di marinaio e di attore. Sono questi i tre mondi, che a me interessava confondere e miscelare perché sono sempre le stesse persone.
Lo spettacolo comincia con una storia che non si capisce, che invita a lasciarsi andare agli avvenimenti. Si tratta di un filo delicatissimo di una storia che scorre e che è necessario offrire al pubblico, ma poi ci sono, soprattutto, le cose che accadono concretamente.
Cosa accade fra di voi, materialmente, come attori e come personaggi, che cosa accade, ad esempio, con la proiezione? Cosa fa, su di voi, con voi?
GC: Da quando ho cominciato a lavorare come attore a questo spettacolo ho sempre avuto l’idea che all’interno di questa nave ci possano essere una quantità di persone, di fantasmi, di presenze molteplici. Ciò nasce anche dal fatto che il mondo di una nave è come entrare in una chiesa, è come il mondo di una cattedrale, cioè ha una quantità di spazi impressionanti, è un mondo a sé. Per cui non puoi avere il controllo di tutto questo spazio nonostante magari ritieni di averlo. Su questa nave, ad esempio, il macchinista o il capitano pensano di avere tutto sotto controllo, e invece c’è un clandestino nascosto a bordo, e poi chissà quant’altra gente…
Il rapporto con le visioni, almeno per quanto riguarda Bruto, è sempre un rapporto di grande conflitto con se stesso. Cioè per me la visione e l’interferenza radio sono la stessa cosa, cioè qualcosa che arriva da un mondo extra-sensoriale… più ci si addentra nel mare aperto e più questa percezione aumenta e deflagra con la tempesta. Ed è come se da sotto la nave bussasse qualcosa di più forte, di più potente di queste persone. Non è un caso che le interferenze arrivino sempre quando i personaggi sono soli… È molto interessante lavorare dal punto di vista attoriale con queste presenze.
Quindi cercate da parte del pubblico…
GB: No, no, no… noi non cerchiamo niente… La volontà di esprimere una storia che parlasse di persone che non si pongono proprio il problema di perché fanno una cosa e di a che cosa serve quello che fanno, che non si fanno domande, che vanno dritti avanti a costo di andare contro un muro e che intervengono sulle proprie abitudini solo in caso di difficoltà era l’intenzione di esprimere i personaggi di un mondo da villaggio turistico, un mondo da fumetto, un mondo che apparentemente fa sognare.
L’altro modo di vedere le cose è quello che dice che ci sono degli elementi che non sempre sono quelli che si vedono… intorno a noi, in questo momento, c’è una realtà che non si vede ma c’è, cerca di mettersi in contatto, c’è qualcosa fuori di noi, qualcosa che non si sente e non si vede, ma che ha una sua consistenza e provoca sicuramente delle cose.
Ecco perché le proiezioni, una sostanza di materia diversa da quella che si tocca, che si riconosce, che si vede, che agisce, parla, vive… non che vive, ma compromette le situazioni, in qualsiasi modo, positivo o negativo che sia.
Lo spettatore quindi deve fare una domanda, si deve porre un problema…
GB: Nessuno si deve niente. Questo è uno spettacolo sulla libertà. Lo spettatore può seguire la strada di Bruto, quella del Capitano o quella di Chernobyl, veramente e concretamente, non a livello di racconto.
Dei tre mondi solo due se ne vedono. C’è la realtà e la surrealtà, la realtà onirica e la realtà vera. Questo è quello che questo spettacolo non è che vuole dire, ma subisce.
È evidente che non si tratta di una questione di comprensione: non credo che gli spettacoli vadano capiti, non credo che i critici debbano tradurre qualcosa presso il pubblico e il pubblico debba crescere con questo. Secondo me si tratta più della dimensione del vivere…
GB: C’è una cosa che ti prende e che tu non sai capire perché. È una cosa che ti prende anche nel momento in cui lo spettacolo non ti piace e ti annoi. E come si fa a spiegare? Le immagini a teatro parlano a vari livelli e tutti questi livelli ad ognuno danno un segno, come nel sogno.
Ma perché avete scelto proprio Braccio di ferro?
GB: Ma secondo te uno del genere cos’altro poteva fare?!
No, scherzo. È che noi veniamo da Taranto, che è stata una delle repubbliche marinare mai proclamata repubblica e mai marinara. La metafora del viaggio della vita doveva essere un viaggio per mare, un confronto con l’immenso che ci avvolge e ci travolge. Il modo per avere il mondo che era possibile smascherare per far venire fuori gli uomini e quello che sentono – non quello che vedono o capiscono – era quello di usare delle maschere. Bisognava lavorare su una maschera che fosse un po’ un sogno, non a livello onirico, ma qualcosa di eroico…
Poi c’è da dire che esiste veramente una multinazionale italiana che smercia mine antiuomo e vende anche giocattoli veramente. Mettetevi nei panni degli uomini che devono fare queste cose, ma secondo voi che cosa pensano, quando sono da soli di fronte al mare? Per me è più interessante riflettere su che cosa pensa chi fa queste cose che non raccontarlo: cioè viverlo. È un rischio, è la volontà di non accettare compromessi. Non mi interessa fare uno spettacolo informando la gente di quello che accade nel mondo concreto con la speranza di migliorare la loro consapevolezza. Io mi preoccupo di capire quest’uomo, di capire chi sta vivendo quelle cose, le faccio anche io veramente… Che cosa pensa l’uomo? La verità dove sta? Il problema è che noi non dobbiamo fare informazione, dobbiamo dare alternative. E l’alternativa la puoi dare non se vuoi capire il mondo, ma se vuoi capire te stesso.
Perché dovrei consigliare qualcuno? È un atteggiamento presuntuoso. Invece lo devo vivere.
Essere in balia di qualcosa che ti muove senza che tu lo sappia, è quello che questo spettacolo vuole dire.


Alla deriva con POPEYE
La scena di “POPEYE s.r.l.” è un cosmo pieno di sorprese che si apre ed attraversa i corpi, che interviene. E a volte difende molto a volte espone troppo i personaggi presenti e non: sono agenti di spazi di spirito oscuri, rappresi negli incastri fra i mondi intuibili in scena.
C’è una dichiarata storia d’attori, dalle tracce d’improvvisazioni all’evidente lavoro sullo spazio della Commedia dell’Arte. E c’è un vissuto personale lasciato emergere, a tratti: c’è la grande capacità espressiva di Gaetano Colella, le trasformazioni sorprendenti di Luigi di Gangi, la spiazzante presenza Gianfranco Berardi – per metà caricatura rigorosissima e un po’ sciamano in esilio – che è anche il regista dello spettacolo. E poi la storia dei fumetti, anche solo evocata, e la storia dei marinai, il Capitano, Bru’ e Chernobyl, che sono stati costretti a travestirsi da Braccio di ferro, Bruto e Olivia.
In “POPEYE s.r.l.” ci sono mondi alla deriva, a fumetti e non, che non s’incontrano mai. In quanto manca il viaggio, nei movimenti e nello spazio, come soggetto attivo e oggetto subito: c’è un andare, certo, ma che torna di frequente soltanto a parole. E i toni che si accendono subito, per restare sulle stesse sonorità, fino a che non si sciolgono nelle gocce di pioggia: c’è un testo innanzitutto squarciato dalla parola detta, non ancora incarnato, anche se certo agito davvero profondamente. Molte azioni di rara densità, ma accostate secondo i modi di una striscia a fumetti, appunto, certo non piatti, ma innanzitutto sospesi. Resta da dire, però, che sono personaggi che ci vengono molto vicino, certe volte, sempre un po’ storditi e stonati, evidentemente alla ricerca ma altrettanto chiaramente attraversati e schiacciati dalla ricerca stessa, che procede, naturalmente, nella sua deriva speciale.
Roberta F.


Evoluzione di luce nell’ombra
Buio. Un suono basso e grave che si perpetua per tutto lo spettacolo, interrotto ogni tanto dalla percezione di spostamento di oggetti all’interno di uno spazio inesistente. Dal nulla compaiono iridescenti figure che sinuose si muovono sulla scena, nera e impenetrabile. Sono come fasci luminescenti che non permettono di capire che cosa si stia esattamente muovendo sul palco, se forme antropomorfe o zoomorfe. I due corpi mi hanno richiamato alla mente eleganti bruchi, che si intrecciano tra loro, si estendono e si rannicchiano, scivolano nello spazio. Bruchi, animali che più di tutti hanno attaccamento alla terra. Da lei nascono e a lei ritornano comparendo e sparendo al suo interno. In alcuni momenti si percepisce che si tratta di due figure umane anche se le loro fisicità non sono perfettamente definite. La materia si sgretola nell’avvilupparsi dei corpi, il materiale candido che cosparge le figure pian piano si frantuma lasciando a terra tracce del loro passaggio, mentre nel frattempo scompaiono nel buio dal quale sono emerse. Come piece è una buona via di mezzo fra atto performativo artistico e teatrale tanto da non lasciar percepire il confine tra le due forme. Questo work in progress, così delicato nel suo svilupparsi agli occhi dello spettatore, ha una durata che giustifica tutto il suo silenzio, la sua pacatezza. Se dovessi considerarlo come uno spettacolo chiuso, non avrei problemi nel dichiararlo come un una esperienza riuscita. La mescolanza dei diversi linguaggi artistici permette di reggere tranquillamente i tempi. Non so come si svilupperà in seguito auspico solo di marcare un po’ di più i gesti, rendendoli sì sinuosi, ma anche più incisivi nello spazio. La medesima considerazione riguarda anche musica e luci.
Marta P.
